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I VOTI DEI LAUREATI IN ITALIA ED IL 110 DI ORDINANZA

Prendiamo spunto da un articolo del portale La Repubblica degli stagisti per aggiungere le riflessioni di una organizzazione che dal 1998 opera nella formazione posta laurea come CTQ Spa.

La domanda è se sia così importante nella vita avere dei buoni all’università?
Senza dubbio la risposta sarebbe sicuramente SÌ.

Usiamo il condizionale perché nel nostro sistema accademico negli ultimi anni, nell’epoca della riforma del 3+2, si sono registrati dati “particolari” per quanto riguarda i voti medi conseguiti dai nostri laureati.

Vediamo sotto qualche numero relativo all’anno 2011 e  raccolto da Almalaurea, consorzio che raccoglie la maggioranza degli atenei italiani, con la premessa che i 110 e lode, a fini della determinazione della media sono considerati come pari a 113.

Si tratta di numeri “bulgari” per ciascun gruppo disciplinare che autorizzano il lettore a pensare che negli ultimi anni l’Italia ha prodotto una serie quasi infinita di geni in ogni materia, affermazioni che purtroppo non ha riscontri nella situazione reale ed occupazionale del sistema economico del nostro paese; vi assicuriamo che le aziende, seppur limitate, non sono così folli da non voler inserire in organico dei geni o dei fenomeni.

Stracciando l’ipocrisia è arrivato il momento di dire con chiarezza che il sistema accademico italiano non è più in grado di determinare i meriti dei propri studenti, elargendo voti con manica larga poiché parte dei trasferimenti finanziari che riceve dallo stato centrale dipendono dai risultati raggiunti da ciascun ateneo, risultati che si determinano anche in base alla media dei voti dei laureati.

Le conseguenze del circolo vizioso  sono molteplici e molto pesanti:
-          un evidente appiattimento delle votazioni nella direzione dei valori elevati finisce per penalizzare seriamente la  capacità di misurare e distinguere le capacità dei laureati attraverso il voto di laurea
-          Eserciti di laureati a pieni voti che ritengono di avere particolari doti e che di fronte alle difficoltà del mercato del lavoro amplificano la frustrazione espressa nel tipico slogan “ho due lauree con 110 e lode, due master e non trovo lavoro, vanno avanti solo i raccomandati!!”, il problema è che circa 7 laureati su 10 dieci potrebbero dirlo e questo dovrebbe farci capire che qualcosa non va.

-         Le aziende si aspettano di incontrare nuovi Leonardo Da Vinci e poi in sede di colloquio ci si rende conto che invece la preparazione è quantomeno carente.
-          Per le aziende il voto di laurea non è più un indicatore idoneo a valutare i candidati, viene usato soltanto per scremare i CV; “es. selezioni aperte per laureati con minimo 107 su 110, in questo sistema di qualcuno che ha preso meno di 107 non voglio vedere nemmeno il CV”.
-        Per selezionare neolaureati da inserire in azienda le conoscenze tecniche sono l’ultimo parametro preso in considerazione e questo per i neolaureati è un enorme shock; vengono valutati maggiormente per la loro motivazione, per la capacità di esprimerla e per le loro competenze emotive.
-          Incremento del disallineamento tra le aspettative del laureato e quelle delle aziende

Naturalmente stiamo generalizzando e fortunatamente esistono isole felici ed eccellenze, purtroppo però in momenti di crisi del sistema economico il trend non si inverte con le le eccezioni ma servono i grandi numeri.
Certo è che i primi che devono farsi delle domande devono essere proprio i laureati, è giunto il momento di sviluppare spirito critico anche verso sè stessi e ed il rassicurante ambiente accademico per cercare di evitare brutti scontri con la realtà.

di Lorenzo Bellofatto

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